“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

lunedì 17 gennaio 2011

Fame di luce

Mare, anni 70



Per Natale mia mamma mi regalò la nuova macchina fotografica.
Era il Natale del 1977. Quell’anno avevo lasciato il liceo scientifico e mi sono iscritto al liceo artistico, ricominciando dalla prima classe.
Smessa l’idea di diventare medico, provai a diventare artista…
Quell’anno bruciavo d’amore, ed era come se avessi ogni giorno la febbre.
La Fotografia assorbiva ogni mia energia, vivevo dolorosamente e non lo sapevo.
Come un male trascurato che ti fa soffrire ma al quale ti ci abitui…ero malato di bellezza e non lo sapevo. Non sapevo neanche cosa fosse la bellezza…forse non lo so ancora oggi…Ma stavo male. Come oggi.
L’unico sollievo era la Fotografia.
E allora ogni pomeriggio, dopo la scuola, vagavo lungo la spiaggia con la mia Canon ftb a tracolla…e guardavo. Guardavo il mare, guardavo il cielo e non capivo perché si dovesse soffrire per questo. Ero altrove, da me, da tutto…ed era tutto normale, apparentemente almeno. Ero un assente ingiustificato, e questo moralmente mi faceva star male.
Cosa chiedevo alla Fotografia? Neanche questo sapevo con precisione. Innanzi tutto un’emozione, almeno credo, e questa mi veniva dispensata come una panacea, L’emozione terapeutica, endorfine e leggerezza: Il mare e la solitudine.
E avevo fame di luce…