“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

mercoledì 5 gennaio 2011

Spoltore: motivi di paesaggio (2003)


















































Spoltore: motivi di paesaggio.

Nella luce del sentiero di campagna che muta con il mutare delle stagioni, sboccia e fiorisce la saggia serenità il cui sembiante sembra soffuso di malinconia… Lungo il suo viottolo s’incontrano la tempesta invernale e il giorno della mietitura, si danno appuntamento l’esuberante risveglio della primavera e il quieto morire dell’autunno…
La quercia stessa diceva che, solo nel crescere, viene fondato ciò che dura e dà frutti: che crescere significa: aprirsi alla vastità del cielo e, al tempo stesso, affondare le proprie radici nell’oscurità della terra; che tutto ciò che è solido fiorisce, solo quando l’uomo è, fino in fondo, l’uno nell’altro: predisposto a quanto gli è richiesto dal cielo più elevato e ben protetto nel rifugio della terra che tutto sorregge.
Martin Heidegger

Scegliendo un “punto di vista” per affrontare una lettura fotografica del territorio e del paesaggio spoltorese, mi vengono in mente due possibilità. La prima possibilità è avvicinarsi al territorio attraverso uno sguardo “neutro”, se mai sia possibile concepire uno sguardo di questo tipo.
Lo sguardo neutro, secondo alcuni, dovrebbe essere uno sguardo filtrato da ogni partecipazione emotiva, uno sguardo che aspira all’impersonalità, all’“oggettività”, uno sguardo che sceglie in base ad un “discorso”, un “progetto”, un’“idea” che comunque preesiste alla visione. Secondo quest’ottica, andremo a prelevare nel territorio e nel paesaggio qualcosa che già sappiamo esserci e lo rappresentiamo secondo una finalità, che potrebbe essere ad esempio mostrare il degrado, o la preservazione, di un determinato luogo. Operando in questa maniera, si rischia di riprodurre sterilmente ciò che comunque è già sotto gli occhi di tutti, una “visibilità statica”; la mera evidenza.
La seconda possibilità è di avvicinare il paesaggio attraverso uno sguardo “emotivo”, passivo, nel senso etimologico del termine. Subire il Pathos, la Physis, la dimensione “fisica”: il paesaggio nelle sue essenze materiche d’acqua, terra, aria e fuoco.

La Fotografia, come ogni altro linguaggio artistico, può metterci in comunicazione con l’“invisibile”, l’aspetto “celato” della realtà e, appunto, del paesaggio. Il paesaggio così inteso, percepito e restituito con la Fotografia, è il luogo-immagine. Non più, quindi, l’ambiente ecologico, o meglio non soltanto, ma qualcosa di più complesso e, nello stesso tempo, essenziale: il “luogo delle essenze”.
L’obiettivo, utilizzando un’espressione di James Hillman, è “riscoprire un mondo immaginale”; la dimensione archetipica, le strutture e le forme che queste essenze definiscono. Si possono concepire allora ciò che io chiamo motivi di paesaggio, gli elementi minimali: l’albero, il cielo, la casa, il prato, il sentiero, il corso d’acqua, la montagna, la roccia ed entrando nei particolari, la zolla di terra, la foglia, il tronco, il ramo, il filo d’erba. Ognuno di questi elementi costituisce un archetipo è nella nostra dimensione psichica, corrisponde ad un’immagine. La Fotografia ci può aiutare a riscoprire quest’immagine, l’impronta che il mondo esterno deposita nella nostra esistenza e in una certa misura la definisce. La civiltà moderna ha perduto la capacità di evocare questi sedimenti psichici, che tuttavia operano incessantemente nell’inconscio e nelle manifestazioni della sfera irrazionale. L’uomo contemporaneo ha perso la capacità di fissare dentro di sé l’oggetto, di subirlo. Ha perso la reciprocità del guardare; di essere soggetto e oggetto, ad un tempo, dello sguardo.
Il paesaggio non definisce più una dimensione estetica dell’uomo, ma è diventato un concetto confuso, ibridato dall’apporto di significati mutuati dalla moda ecologica, si assimila troppo spesso il concetto di Paesaggio al concetto di Natura, distinguiamo allora paesaggio naturale, da paesaggio urbano, accentuando l’idea di “luogo esterno”, “spazio circostante”, dimenticando forse che il paesaggio è soprattutto un punto di vista sulla nostra anima, un luogo della sensibilità, ma anche un prodotto della cultura vigente, che si oppone, quindi, alla realtà, oscura ed inconoscibile nella sua complessità, della Natura.
Il paesaggio può essere un tentativo di addomesticare la Natura, di renderla confortevole, a misura d’uomo, e in questo senso operano l’architettura, l’agricoltura. D’altra parte sopravvive il paesaggio primordiale, nell’immagine delle stagioni, nel Tempo, nel suo ciclo di nascita, morte e resurrezione; la Physis, che è lo schiudersi, l’offrirsi di ciò che è vivente alla vita.

Il territorio di Spoltore è assai vasto, il paesaggio si delinea essenzialmente come paesaggio di terra, il colore di questo paesaggio, il suo colore interiore, la nuance è determinata dalla sua materia terrosa, argillosa, solida e porosa che assorbe e custodisce la luce, per poi restituirla al crepuscolo in toni bruni che si accendono di rosa, come la parte bassa del cielo che tocca l’orizzonte. Questa nuance terra-cielo, è il colore proprio del paesaggio spoltorese, il colore tipico di un certo Abruzzo, quella parte dell’Abruzzo collinare che riceve la luce dal mare Adriatico, la luce acquea dell’aurora, chiara, dai contrasti attenuati. La terra bruna è impregnata da questa luce liquida che origina una patina “atmosferica” nel paesaggio, che fa pensare alla pittura di Leonardo, soprattutto se si volge lo sguardo verso occidente quando tramonta il sole, nelle stagioni intermedie.
La città di Spoltore, il suo centro originario, è ben collocata in questo paesaggio, ne è ancora il cuore, nonostante l’urbanizzazione dilagante abbia generato delle metastasi che hanno alterato i rapporti primitivi tra la città e il territorio circostante, creando dei nuclei “sospesi”, senza identità, sostanzialmente non-luoghi.
Spoltore contempla il proprio paesaggio, ne riflette i bagliori, soprattutto nella direzione sud-ovest, dove il sole fa sentire più a lungo il suo calore benefico.
Percorrendo i vecchi sentieri che portano alle fonti dove nell’antichità si attingeva l’acqua, un percorso veramente emozionante che si articola per decine di chilometri collegando il paese alle valli, costeggiando i campi, si riscopre una dimensione perduta. Nelle città si è abituati a guardare le cose e a chiamarle per nome, là in mezzo al mondo le cose non hanno più nome, o se li hanno sono nomi dimenticati. Si sente il cielo, si percepisce la terra, assieme ad una vaga paura di qualcosa. L’ignoto, l’infinito. Camminando dentro il paesaggio, lungo i viottoli infangati e attraverso i campi, ogni tanto c’è un’apparizione. Una vecchia casa abbandonata, un bellissimo albero, un falco che volteggia nel cielo.

Il processo di “antropizzazione” del territorio, ha trasformato profondamente lo spazio terrestre, l’effetto più devastante lo possiamo percepire considerando il paesaggio secondo uno sguardo, per usare un termine della Fotografia, “grandangolare”.
Il rapporto tra gli elementi del paesaggio, la terra, il cielo, l’orizzontalità, la verticalità, manifesta uno stato d’alterazione, rispetto alle esigenze armoniche dello sguardo, molto accentuato. Si percepisce una prevaricazione del “costruito”.
La casa, che nella civiltà contadina, aveva consolidato una tipologia lineare, con volumi netti e luminosi, ha subito un processo d’articolazione, di superfetazioni, di sovrapposizione di volumi e ambienti, perdendo ogni riferimento immaginale, archetipico. È cresciuta nelle dimensioni e, sovente, la vediamo troneggiare fuori scala, nei punti dove maggiore è la sua visibilità e di conseguenza l’impatto ambientale. Quello che era un elemento di connotazione del luogo antropologico, di valorizzazione, in quanto espressione dell’operare umano, diventa un elemento di disturbo, indice di uno scadimento del gusto estetico, ma soprattutto dei valori morali.
La casa non è più la dimora, il luogo umano per antonomasia, non trasmette, a guardarla, quel senso d’intimità, non è più l’immagine dell’uomo nel paesaggio, è piuttosto qualcosa di raccapricciante, di disarmonico; sottolinea lo scioglimento di un legame ancestrale, lo smarrimento d’ogni coordinata esistenziale che teneva conto delle tradizioni, dei rapporti con lo spirito del luogo, con il paesaggio originario.
Un’identità, tuttavia, permane e la possiamo cogliere nelle forme e negli elementi viventi del paesaggio, nell’odore tipico di un determinato luogo, nelle sue essenze vegetali, nei colori degli alberi, della terra e del cielo.
Nella campagna spoltorese, un occhio attento può percepire il colore scuro della roverella, che trapassa nella terra e stinge nel cielo invernale conferendo al paesaggio quella tonalità bruna diffusa, così tipica di certi luoghi e momenti del tempo, come pure la particolare tonalità verde-argento dell’ulivo, il bianco rarefatto dei mandorli a marzo, la luce dei campi di grano a giugno.

Il dibattito sul paesaggio è oggi più che mai vario, si parla di paesaggio trattandolo da molteplici punti di vista. Le amministrazioni pubbliche organizzano piani di studio, ma affrontano l’argomento, a mio avviso, in modo molto riduttivo, si pensa al paesaggio quasi esclusivamente come spazio d’insediamento umano, ignorando una visione geofilosofica più complessa che tiene conto anche delle valenze estetiche, psicologiche ed affettive. Spesso, prevalgono i punti di vista dell’architetto e del politico che sono diventate figure decisive per quanto riguarda il destino del territorio e del paesaggio.
L’architetto e il politico, si fanno carico di una responsabilità immensa, talvolta interpretando arbitrariamente i sensi di tutta una popolazione che vive nel territorio, lasciano segni indelebili che vanno a ferire la sensibilità di tante persone per le quali il “semplice” abbattimento di un albero è una sofferenza reale che può generare disagi psichici e scompensi emotivi, per non parlare dello sbancamento d’intere colline e altri interventi di questo tipo che vanno irreversibilmente a modificare quello che per una popolazione è il sistema percettivo nel quale s’identifica il paesaggio originario, l’immagine affettiva del luogo natale, che ha la funzione psichica di rassicurare, conferire identità e presenza.

La mia proposta è di restituire alla percezione di ognuno i motivi di paesaggio, gli elementi della realtà naturale e antropica. La Fotografia vuole fissare una forma-immagine per ciascuno di questi elementi che, in una sintesi visiva, potranno ricostituire l’unità materica del Paesaggio, attraverso la rappresentazione-evocazione dei suoi elementi essenziali (terra, acqua, aria, luce).
Lo sguardo che mi preme evidenziare è lo sguardo dell’artista, una persona che non ha nessun potere in merito alla trasformazione del paesaggio e del territorio. Spesso è anche lo sguardo della persona comune che purtroppo non riesce a dare voce a ciò che pur sente, percepisce e giudica.
Questo sguardo preserva, rammemora, crea il landschaft, l’unità minimale del paesaggio affettivo, che con un po’ di terra, acqua, un pezzetto di cielo e qualche albero, attraverso un atto esistenziale, genera il luogo antropologico, identifica un popolo. Uno sguardo estetico, quindi, uno sguardo personale, soggettivo che vuole invitare alla contemplazione e al confronto con infiniti altri sguardi per una ridefinizione del Paesaggio quale segno totale, creato dall’uomo, a sua immagine e somiglianza.