“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

domenica 22 gennaio 2012

La Civiltà del Silenzio





La Civiltà del Silenzio.

Et dulcia linquimus arva
Virgilio

Quando penso al mondo delle campagne, da uomo di città, ripenso alle meraviglie di una vita che ho avuto la fortuna di saggiare da bambino, anche se per brevi periodi di tempo, come tanti altri bambini di città degli anni Sessanta che avevano i parenti in campagna. 
Una realtà naturale ed umana che, proprio perché straordinaria, ho vissuto con grande intensità emotiva, ed esclusivamente nei suoi aspetti più belli e gioiosi.
Una gioia che sorgeva improvvisa e violenta quando, dai discorsi che sentivo fare in casa, capivo che il giorno dopo saremmo andati a Montenero, prefigurando quel senso di libertà e leggerezza che avrei goduto pienamente una volta sul posto, una gioia purissima che sentivo sempre più intensa, mentre viaggiavamo in macchina verso l’alba, in direzione del sole. 
Si arrivava che il giorno era fatto, Flora e Michele ci aspettavano al paese, e poi l’eccitazione si faceva più forte, quando qualcuno prendendomi per mano mi diceva: – adesso andiamo alla masseria, a vedere i vitellini –. 
Oggi ricordo i profumi e i sapori, le giornate di festa, le cerimonie e i banchetti nuziali, le gobbe scure delle colline arate di notte, come giganteschi cammelli, e le masserie solitarie alla sommità, che viaggiavano come carovane nel deserto, assieme alla luna e a me, attraversando il cielo stellato di lucciole, a maggio. 
I fuochi d’autunno, lontani nella nebbia, e i rossi lumini, piccole anime tremanti, sulla credenza, il giorno dei morti.  Il sanguinaccio, dolce e crudele, a Natale, e il mosto cotto con la neve fresca, quando c’era la neve.
La ventricina e il vino cotto al mattino presto a colazione, il pane con l’aceto, retaggio di una mai dimenticata miseria, la rampalupina, erba edulcorata dal vento di aprile, che noi bambini brucavamo assieme alle pecore, e il tepore degli animali nella stalla alla sera, che trapassava anche nella stanza dove si dormiva.  
Rivedo tutto questo come in un filmino, di quelli della mia infanzia, muto, e al silenzio delle immagini che affiorano agli occhi della memoria, ben presto si affianca il sentimento di un silenzio più profondo: è la voce affettuosa del Tempo, o forse la voce della poesia, della bellezza di quei giorni, di quelle care persone, di un mondo intero che era quella terra, l’aia giocosa e piena d’insidie, quella casa che sarebbe stata la culla del mio immaginario e dove un giorno avrei conosciuto la luce.
Da adulto a volte pensi che tutte le cose belle che hai vissuto da bambino siano state soltanto dei bei sogni, ma poi pensi che, forse, ti sei trovato come per magia dentro una favola vera, una di quelle favole vere che incominciavi a vivere quando il raccontare si perdeva nel sonno confondendo due mondi, il mondo della veglia e il mondo dei sogni.

A metà tra due mondi, sospesa tra sogno e realtà, storia e fantasia sta la campagna, e con essa la sua gente silenziosa.
Un popolo a sua volta sognatore e immaginifico, che ha espresso proprio nel silenzio una dignità etica ed estetica assolute.
Il silenzio mutuato dalla terra, amplificato dal cielo, custodito dagli alberi: il silenzio che è una lingua.
L’uomo dei campi conosce questa lingua, che è quella del seme che dorme nella terra, mentre la neve sparge la sua coltre di silenzio, è la stessa del grano che cresce, della frutta che matura sugli alberi, delle foglie che cadono. 
Il silenzio è la lingua dei padri che hanno conosciuto il dolore e vogliono preservare i figli. 
È il pudore dei sentimenti, quando bisogna dare la vita e quando la morte.
Questo silenzio affettuoso o doloroso, risuona ormai nella memoria, o in quelle oasi della sensibilità che, per fortuna, talvolta si preservano da sé e ci permettono di resistere e continuare a vivere. Fuori, nel mondo imperversa il presente, Puskin scriveva: – …il presente è triste: tutto è momentaneo, tutto passerà! Quel che passerà, sarà caro –. 
Questa considerazione, forse nostalgica può sembrare anche patetica, e forse lo è, ma, voglio sperare, nel senso più alto di Pathos, sentimento di passione profonda, autentica e dolorosa, per la vita, che il presente frettoloso tende a diluire nel suo superarsi nel tempo successivo. 
Il presente, questo nostro particolare presente, che non concede spazio alla riflessione, alla bellezza, al Silenzio.

Il mondo dei campi è cambiato, ora esso è rumoroso come le città, il contadino è sempre più ibridato, indossa magliette e cappelli sponsorizzati dalle industrie di mangimi o pesticidi, della loro antica bellezza e dignità è rimasto pochissimo e soltanto nelle persone anziane.
Sui volti dei vecchi persiste la luce di un passato glorioso, non solo individuale ma di tutta una collettività, quando la vita di ognuno era sostenuta, sia da un punto di vista materiale sia spirituale, da tutto un popolo pietoso che sapeva avere un gesto di conforto per chi aveva subito una sventura. I vecchi li vediamo ancora sui campi, chinati sulla zolla, amorevoli, coltivano piccoli fazzoletti di terra fino allo stremo delle forze, mentre i giovani passano e ripassano cento volte coi cingoli sollevando polvere senza guardare, scavando solchi, ferite profonde, più del necessario. Non c’è scambio di esperienze. Il divario generazionale è ormai incolmabile. Dopo il lavoro dei campi, il giovane farà il suo turno in fabbrica perché è questa la sua prima attività, e con i soldi che avrà guadagnato potrà costruirsi la nuova casa di mattoni forati e cemento armato a ridosso della vecchia masseria dei padri, che nel migliore dei casi trasformerà in un piccolo, ma tanto alla moda, “agriturismo” e la domenica cucinerà per orde affamate di cittadini nostalgici di “antichi sapori” che non hanno mai gustato e, in verità, mai più avranno la possibilità di farlo.
Il popolo delle città guarda questo scenario “idilliaco” e pensa: – Bella cosa comprarsi un pezzo di terra, un “rustico con taverna”, coltivare pomodori e vivere la sana vita di campagna –, ma non immagina nemmeno lontanamente di pensare un’eresia. 
La sacralità che custodiva ed esprimeva la “sana vita di campagna” è stata profanata dal turismo agricolo, e la vita come necessità e sacrificio ora è ridotta a terapia antistress alla moda.
Non capisce che per pensare di tornare alla vita dei campi, è necessario per prima cosa recuperare la terra nella sua essenza materiale, non aver timore di sporcarsi, da vivi, non aver paura di esservi sepolti da morti.
Molti pensano il contadino come un uomo che, pur passando tutta la sua vita a contatto con la terra e gli aspetti più significativi della realtà naturale, viva in un limbo d’indifferenza, incapace di rilevare le profonde connessioni tra la sua esistenza e il luogo in cui questa si esprime, spesso si crede incapace di apprezzare gli aspetti estetici, spirituali e trascendenti della realtà delle campagne. Non v’è nulla di più falso e offensivo.
Il contadino ha una profonda consapevolezza, e un gusto estetico molto raffinato nella sua estrema semplicità, se oggi questo è cambiato, lo dobbiamo all’aggressione massiccia e violenta della civiltà dei consumi e dell’informazione che ha trasmesso anche a questa gente il falso disagio di una vita non conforme alle sue regole massificanti.
Il contadino è consapevole della bellezza e della profonda simbiosi che vive con la terra, e sa che non è soltanto un suo privilegio, ma lo è d’ogni uomo.
Mio zio dal letto dove stava morendo, immobile da molti mesi, attraverso la finestra, guardava il suo orto, che, come lui, languiva incolto e sopraffatto dall’erba alta, disperato più per la scena che vedeva che per se stesso, mi diceva con infinita amarezza: – Ce ne stiamo andando! –, accentuando la sua identità; il legame fatale che lo teneva alla terra, nella vita come nella morte. 
 L’uomo dei campi amava fisicamente la terra, la sua consistenza materica, il suo odore di donna, l’umido tepore che esala d’estate, dopo la pioggia, il suo colore bruno “di ciò che è profondo” come diceva Rita Ciprelli; e la terra amava quest’uomo, la sua pazienza e il suo silenzio, anche nella sofferenza, le sue mani ruvide e forti, i solchi arsi dal sole sul viso, paesaggio vivente di carne e sangue. 
L’uomo dei campi fecondava la terra-sposa col sorriso e la preghiera. 
Benedetti dal Tempo l’uomo e la terra rinnovavano ad ogni primavera la loro promessa d’amore.  
Oggi, tutte queste cose non esistono più, se non in quei nuclei di resistenza spontanea, monadi quasi impenetrabili che sono le piccole, ma grandiose, realtà individuali, perché i più alti valori, ciò che costituivano la bellezza di una collettività, ormai si possono ritrovare soltanto in poche individualità, condensati in una faccia, in un gesto.
I vecchi, sono i depositari di questo tesoro, ma essi sono ormai fantasmi. 
Sul volto di qualche giovane contadino è possibile scorgere appena l’antica bellezza di una stirpe, lo stampo di un destino atavico, ma sono troppo pochi e saranno sempre di meno. 
Non possiamo impedire agli ultimi vecchi di morire, ma possiamo ascoltarli finché sono in vita, ritrovare nella loro viva voce gli echi di un mondo ormai finito. 
La Fotografia ci aiuta a preservare i volti, gli sguardi, ma ci mette di fronte alla verità della fine, si raccolgono testimonianze e racconti, ma quei corpi solidi come rocce, non ci sono più. I gesti misurati, la loro stretta di mano, calda e avvolgente, il rispetto, che non è mai piaggeria, per “chi ha studiato”, che significava il riconoscimento dei valori dello studio e della cultura, che in un mondo diverso dal loro si acquisiva attraverso i libri, e la consapevolezza di essere perfetti in quanto non avevano alcun bisogno dei libri, tanto la loro anima era aderente a quella del Mondo.
Abbiamo perso queste persone, la loro meravigliosa umanità, il loro fervido immaginario, la capacità di dare nome e corpo agli aspetti invisibili dello spirito, al deus absconditus che è nel cuore delle cose, degli alberi, delle pietre, degli animali. Lo spirito del luogo, che oggi non si manifesta più perché, come spiegava una vecchia contadina abruzzese: – I fantasmi e gli spiriti oggi non li vede più nessuno perché non escono più, hanno paura di essere schiacciati dalle macchine –. Ecco come la modernità tecnocratica cancella i luoghi e le forme di un immaginario ancestrale, schiacciandoli addirittura con l’automobile, simbolo principale del progresso.

Fino agli anni Cinquanta il popolo delle campagne ha espresso appieno la propria originalità, la sua essenza di “esseri della lontananza”, per usare un concetto heideggeriano, entità che vengono da lontano e guardano lontano: uomini, e come tali, custodi delle origini. 
La commovente fedeltà del contadino alla terra, madre e sposa, la sua rinuncia decisa ad ogni altra vita possibile che non fosse a contatto diretto con la terra, il cielo, l’acqua e il sole, hanno forgiato il carattere orgoglioso e schietto. 
Questa diversità lo ha inviso al mondo del progresso, e per molto tempo è stata lotta aperta, ma le generazioni del secondo dopoguerra hanno permesso che le innovazioni finalizzate al consumo – quel “nuovo” che permetterà in seguito che le cose continuino ad andare allo stesso modo di prima, sempre a vantaggio delle classi dominanti – si facessero strada nelle loro attività, nelle loro abitudini, arrivando a stravolgere tutta una concezione di vita basata sulla conservazione e sulla tradizione, creando un corto circuito esistenziale e ideologico che determinerà la crisi e l’invalidazione di tutto un sistema economico e sociale, giungendo a minare perfino i valori spirituali più profondi. 
Il processo d’industrializzazione, ha modificato, nel corso del Novecento, tutte le regole che potessero riguardare i concetti di produzione e prodotto
Su questo processo, la modernità ha fondato la sua idea di mondo civile. La civiltà industriale ha generato la civiltà dei consumi. 
Tutto un popolo di uomini che per migliaia di anni aveva vissuto del necessario, e il cui lavoro bastava appena a sfamarlo, veniva soggiogato dai nuovi miti della produzione e del consumo.
Milioni di contadini, passarono dai campi di grano alle catene di montaggio. Un genocidio silenzioso e costante.   
È l’inizio del declino. Questo processo di trasformazione radicale ormai consolidato, ai nostri giorni è stato pacificamente accettato dalle nuove generazioni che “hanno studiato sui libri” e sono cresciute nella cultura dell’omologazione e nel mercato globale. 
La cultura dei padri silenziosi è stata ripudiata, o relegata a fenomeno di folclore, filtrata della sofferenza, della pietas, dello spirito di sacrificio, e rivisitata in chiave sentimentalistica, oleografica e deteriore.

La vicenda umana è stata espressa, raccontata, dalla notte dei tempi, attraverso narrazioni orali e poi scritte, che rimandano in ogni caso, al suono, o meglio alla “risonanza”, della parola che nomina le cose e nominandole le definisce, facendole, in un certo senso, esistere.
Nella parola, risuona tutta la storia dell’uomo. 
Ogni civiltà ha fondato le proprie ragioni su questa nota prolungata che echeggia attraverso le epoche, a volte cambiando registro, intensità, durata, a volte persistendo immutata nella sua forma e nei suoi significati. 
Ogni civiltà a partire dalla parola ha codificato una lingua, attestando, più che un’uguaglianza, una differenza. 
Ogni civiltà deve probabilmente la sua stabilità alla preservazione delle ricchezze contenute nella propria lingua: un popolo la cui lingua non subisce un consolidamento può essere più facilmente espropriato della sua cultura.
Il popolo dei campi, parlava una lingua ricca di suoni e colori, ma si è anche espressa, a mio avviso mirabilmente, nella presenza silenziosa, la Stilleben, dei gesti, delle espressioni dei volti e dei corpi.
Una civiltà che sia tale, concepisce il Silenzio e lo custodisce nella Forma, nei riti, nelle attività quotidiane, nei sentimenti. 
Il Silenzio immanente e ossessivo d’agosto che permette di sentire il respiro caldo della terra arsa. 
Il Silenzio leggero della primavera che reca la voce del vento. 
Il bianco Silenzio della neve che si posa sugli alberi nudi mentre la fiamma del focolare ci ricorda la vita, quando tutto intorno si spande l’oblio della morte.
Il Silenzio della solitudine in cui non si è mai veramente soli. 
Il Silenzio, che per molti di loro è stato l’unico abito, da portare con estrema dignità nei giorni di festa come nei giorni di lavoro. 
Il Silenzio che non è mai rinuncia ad esprimersi, a parlare quando bisogna; che non è rassegnazione, ma alta accettazione del destino, dei suoi doni, buoni e cattivi. 
Il Silenzio ha permesso a questi uomini e a queste donne di esprimere la loro umanità, non solo nei contenuti particolari, i significati, ma soprattutto nei segni, nelle essenze, che sono diventati volti, sguardi, gesti: icone e simboli che hanno raccontato la quotidiana lotta per la sussistenza, il faticoso lavoro della terra, l’incessante opera di trasformazione del territorio e del paesaggio, che ha sostituito il paesaggio dell’uomo, rassicurante, alle forme inquietanti della natura vergine, ma spesso ostile, identificando le attività e i rituali, restituendo i colori e le fragranze di un Tempo mitologico; scandito dalla successione delle stagioni, dalla neve e dal vento, dalle piogge e dalle siccità, dal gelo dell’inverno, dal caldo affettuoso dell’estate. 
Il Tempo ciclico, segnato da passaggi esistenziali che hanno costituito l’esperienza e la tradizione; la memoria collettiva delle Genti e dei Luoghi.

La Civiltà del Silenzio ha custodito per migliaia d’anni il significato prezioso e la bellezza delle espressioni mute, dei gesti adatti, applicandoli alla vita e al lavoro. Tutta la loro attività nei campi ha avuto il pregio di non deturpare il territorio e il paesaggio.  
I contadini costruivano le loro case con la terra cruda, col mattone e con la pietra, usando i materiali offerti dal luogo stesso: il luogo antropico, che accoglieva l’uomo dandogli di che vivere, in cambio di rispetto e dedizione.  Questo mutuo sostegno, attraverso le epoche e le esistenze, ha generato una cultura, condivisa da tutta l’umanità: la cultura delle origini, la consapevolezza mai venuta meno – almeno fino a qualche decennio fa – dell’immensa forza originaria che l’uomo sprigiona nel contatto vitale con la terra, con le sue forze cosmiche. 
Questa forza originaria, agisce e trasforma la materia e il pensiero, avviando un processo d’acquisizione che è conoscenza diretta, interpretazione e tradizione del Mondo: la Cultura.
La Cultura che proprio perché è processo vitale, trasformazione continua dei valori esistenziali acquisiti dall’uomo, deve continuamente edificarsi, rinnovarsi a partire dalle sue radici profonde, lontane, proprio come una gigantesca quercia, che continua a ramificare in alto, molto distante dalle radici, lasciando scorrere la linfa attraverso le parti più vecchie del suo organismo secolare, che devono preservarsi vive e solide.
Nel rapporto con la terra, l’uomo perpetua la sua nascita, rafforzandola; come il chicco di grano che è in grado di conservare per moltissimo tempo il suo potere germinativo.
La cultura delle origini, celebrava l’appartenenza alla terra, ma non il suo possesso. 
Il contadino appartiene alla terra, ma non la possiede, della terra raccoglieva i frutti, poiché così era scritto nella legge della natura e della vita.
Le leggi dell’uomo hanno stabilito il suo dominio sulla terra e come tale il possesso, ma queste leggi sono state codificate dai “ricchi”, dai “padroni”, da chi, oltre alla terra, credeva di possedere gli uomini.
Come si può pensare di possedere la terra, chiedeva perplesso il saggio capo indiano.
Come si può pensare di possedere qualsiasi cosa.
Nulla può essere posseduto, o forse soltanto i sogni finché restano sogni.
Il legame profondo e costante con la cultura delle origini ha conferito al popolo contadino, una percezione particolare della temporalità che è rimasta intatta fino ad oggi. Il contadino conosce il Tempo come vita, morte e resurrezione. 
Il Tempo solare, fisico, che nasce, vive e prospera, muore e inevitabilmente risorge. 
La civiltà dei campi è rimasta a lungo immobile e silenziosa, perno di quest’immensa ruota che gira inarrestabile. Al centro del Tempo, luogo privilegiato, dove più forte pulsa la vita, originando un cuore. In sincronia con il cuore della Terra. Il contadino, Signore del Tempo, di lui non si curava. Lasciava che arrivasse come il Destino, uguale per tutti, per tutti diverso.
Questo sentimento del Tempo concepiva ritmi mediati dalla vitalità animale e vegetale: il Tempo biologico, Bios, della vita, il naturale movimento. 
Il sole che sorge e viaggia nel cielo segnando una rotta precisa, le nuvole che vagano incerte, le spighe che ondeggiano al vento, l’acqua che scorre nei fiumi ed è ferma nei pozzi, i cavalli che corrono veloci nei prati, i buoi che lentamente tirano i carri, la quercia immota ed eterna. Tutto questo era il Tempo.
Al Tempo del Cosmo, si sovrapponeva il Tempo dell’Uomo, il Tempo degli affetti, il Tempo dell’amore, con le sue stagioni; la fanciullezza e la giovinezza, come la primavera, l’estate dell’età adulta, l’autunno e l’inverno come la vecchiaia e la morte.
La civiltà dei campi ha custodito intatti i doni del Tempo, portandoli in dote all’uomo delle città. 
Nelle città l’uomo ha concepito il “tempo reale”, ma quando scende la neve e tutto diventa irreale, anche il Tempo, e perfino le città si fermano, sospese; allora l’uomo torna col cuore alla campagna innevata, al silenzio, e nel silenzio, finalmente, potrà sentire forte il battito della sua vita.