“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

venerdì 15 giugno 2012

La "fabbrica"
















“Sono due le cose che i bambini dovrebbero ricevere dai loro genitori: radici e ali.
Johann Wolfgang Goethe


Negli anni Sessanta, quando ero bambino, nel mio quartiere c’erano poche case. Poi, improvvisamente cominciarono a spuntare dappertutto “le fabbriche”. E presto, come dice una canzone del tempo, là dove c’era l’erba ora c’è una città. 
In quegli anni lontani una “fabbrica” per noi bambini era un campo da gioco. Un luogo da vivere intensamente, incuranti dei pericoli, ma si sa, ogni bambino è un grande esploratore e sa trovare mondi e verità che non troverà, da adulto, mai più. 
Dopo quasi mezzo secolo sono tornato in una “fabbrica” cercando di trovare qualcosa che giustificasse la presenza di un “fotografo artista” in quel posto, ma ben presto mi sono accorto che non potevo fare a meno di ripercorrere quegli spazi guidato dall’occhio profondo della mia infanzia. Ho ritrovato la vecchia borsa degli attrezzi di mio nonno muratore, o almeno una molto simile. La sua bicicletta, sì non è la stessa, ma che fa…E la montagna di mattoni su cui ci si arrampicava in cerca di tesori sepolti. Poi, alzando gli occhi al cielo, tra le nuvole, come la pianta di fagiolo gigante della favola, l’immenso edificio in costruzione: la “fabbrica”.