“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

domenica 26 dicembre 2010

Il nonno

io e i miei nonni, 1962



‘Nni va tant’ bbone!

Se penso a mio nonno, lo vedo sulla sua bicicletta, la pedalata lenta e costante, macinare chilometri lungo la strada per Villanova. 
Mi portava sul seggiolino, applicato al manubrio, pedalava e mi recitava le filastrocche. Nel recitarle si divertiva più di me, e alla fine scoppiavamo a ridere. Ce n’erano di veramente belle, oggi non si sentono più, forse ormai le conosco soltanto io, e spesso le recito quando sono solo. Come una formula magica. Molte ne inventava lui, parecchie gliele aveva raccontato sua nonna. 
Si andava in bicicletta con il caldo e con il freddo, ma a me piaceva quando c’era il sole e non c’era il vento. Mi piaceva andare incontro al sole, verso la sua luce. 
Mi divertivo da pazzi quando in discesa si prendeva improvvisamente velocità e lui diceva: S’abbend patane! E via a tutta birra. Una volta siamo perfino caduti, io mi sono procurato un taglio al ginocchio, ma non ho pianto e mi sono divertito tantissimo. Andavamo spesso al porto canale a vedere le montagne di terra rossa e i trabocchi. 
Il nonno era un tipo riservato e silenzioso, quando incontrava qualche conoscente, s’intratteneva in una conversazione molto discreta, per lo più lasciava parlare e ascoltava.
Salutava sempre per prima, e si congedava sempre con un gesto della mano molto particolare, come se si volesse togliere il cappello, che portava sempre, anche d’estate. 
Ho sempre pensato che il nonno fosse una persona molto elegante.
Tutti lo ricordano molto alto, e, in effetti, lo era, la sua altezza era di natura morale, e questa virtù lo rendeva più alto anche nella persona fisica.  La sua onestà era leggendaria, tutti lo stimavano e lodavano la sua bontà d’animo, ed io ero orgoglioso di lui. 
Il nonno mi ha insegnato tutto senza dirmi nulla, quasi senza parlare. Ogni suo gesto una lezione di stile: come innaffiava i fiori, come tagliava il pane, come aggiustava la mia bicicletta, o le cose che si rompevano in casa. Sapeva fare tutto e lo faceva sempre nel modo migliore, con calma e non l’ho mai visto sudare.
Ricordo la sua compostezza e la serenità anche sul letto di morte. Stava molto male e il dolore doveva essere insopportabile, io ero molto impacciato e gli ho chiesto scioccamente, Come va? Mi ha guardato accennando un leggero sorriso con le labbra e mi ha risposto dolcemente ‘Nni va tant’ bbone!*
* Non va tanto bene!