“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

martedì 12 ottobre 2010

ad Antonio Zimarino




Carissimo Antonio,
il concetto di distanza, per me che da oltre trent’anni mi occupo delle “problematiche dello sguardo” e del “guardare”, scegliendo come luogo d’indagine il linguaggio della Fotografia, è una realtà molto vicina. Non c’è modo di guardare le cose se non da lontano. Anche se usiamo un microscopio, o avviciniamo l’occhio alla superficie di un oggetto, noi stiamo comunque generando una distanza.
Nel suo avvicinarsi all’oggetto, l’occhio produce naturalmente una distanza, fino al punto in cui la perdita del “fuoco” nega completamente l’oggetto. L’esperienza del microscopio, è l’esperienza estrema della distanza. Il microscopio ci dà la dimensione di un mondo in cui non potremo mai essere con il nostro esserci, cioè con la natura ontica della nostra presenza, della nostra vita.
Heidegger pensava all’uomo come “essere della lontananza”. Non potrebbe essere altrimenti. 
Creare una distanza, significa creare una lontananza, accedere quindi ad una dimensione umana, propria dell’uomo, realtà della mente che produce, genera il Pensiero, la cosa più astratta e distante che si possa immaginare.
Chi si occupa di arte, di speculazione intellettuale, di meditazione visiva, produce continuamente lontananze: oggetti adimensionali, forme, concetti, spazi, utopie e atopie. In questo modo il pensiero va successivamente configurandosi. L’arte assolve in maniera ponderosa a questo processo di con-figurazione.
La pratica della fotografia, in particolare l’analisi del fotogramma (del negativo), mi ha reso subito familiari concetti come centralità e marginalità. Quando inquadriamo con la macchina fotografica una scena, spesso non teniamo conto di ciò che accade ai margini dell’inquadratura, cosa avviene intorno al soggetto principale. Il negativo tuttavia registra, traccia, fedelmente tutta la porzione di realtà compresa nell’inquadratura, anzi, molto spesso di più, un buon 10, 20% in più che nell’inquadratura non si vede: una sorta di punto cieco, dove accadono eventi di cui guardando attraverso l’oculare non si ha percezione e quando si sviluppa il negativo, spesso, si hanno delle sorprese interessanti. Questa esperienza del margine, che tu giustamente definisci “l’alterità rispetto al centro delle cose” è fondamentale nella ricerca estetica come in ogni altro tipo di ricerca.
Quello che accade oggi nel mondo dell’arte - tu l’hai esposto molto bene, e mi trova completamente d’accordo - è fin troppo evidente, fin troppo facile da definire, da capire. Esistono parole che tu hai giustamente individuate, spettacolarizzazione, provocazione, che ritornano ciclicamente nei discorsi sull’arte. Anche la parola “contemporaneo” è qualcosa che è male applicata all’arte. Proprio per quella distanza (necessaria) di cui abbiamo parlato, io credo che in arte non si possa parlare di contemporaneo. Per me addirittura è una parola che esprime un falso concetto. Non credo, infatti, che si possano considerare due oggetti diversi nello stesso tempo, nello stesso “punto o punta dell’istante” come direbbe Derrida, ma questo è un altro problema.
La mia posizione nei riguardi delle problematiche artistiche “contemporanee”, è sempre più quella dell’esiliato. Il motivo per cui mi ritrovo ad occuparmi in qualche modo di arte non lo so più da tanto tempo, non saprei più spiegarmelo, se non facendo riferimento a parole troppo grandi che non mi sento di utilizzare.
Da bambino mi sono avvicinato al disegno e alla pittura perché provavo un intenso piacere nel disegnare e dipingere, piacere fisico e psichico, nel corpo e nella mente. Ho abbandonato la pittura quando mi sono iscritto al liceo artistico e da allora ho deciso di accostare lo sguardo all’oculare della macchina fotografica, con estrema consapevolezza che quel mezzo mi avrebbe dato una chiave di accesso alla realtà, per cercare di conoscerla e capirla. Questo per dire che non sono stato mai mosso da interessi relativi alla fama e ai soldi. Ancora oggi non capisco come ci si possa occupare di ricerca artistica per questi scopi. Ho sempre pensato che l’arte debba opporsi, con tutte le sue forze, al sistema del denaro al punto di applicare questa teoria alla mia stessa vita. Ho sempre fatto quello che dovevo fare e non quello che mi sarebbe piaciuto fare. Spesso mi chiedono perché fotografo i fiori in bianco e nero, quando la loro essenza è il colore. Io rispondo che non posso fare diversamente, piacerebbe anche a me fotografare il colore dei fiori, godere visivamente di quelle meravigliose cromie, di quella pienezza della vita e della materia, ma non posso. A me i fiori chiedono di parlare di loro diversamente, mi chiedono compassione, amore, e mi concedono la loro bellezza segreta, struggente, che si dà in quel momento, e non si darà mai più.