“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

venerdì 15 ottobre 2010

Atlantide






Atlantide (anni 90)









LA NOTA NERA

– E il messaggio del cipresso è nerezza – nerezza e silenzio. –
Sylvia Plath

E il messaggio del cipresso è nerezza – nerezza e silenzio. 
In questo verso della poetessa Sylvia Plath55, ci sono tre parole che identificano tre motivi che hanno rappresentato e rappresentano tuttora i cardini sui quali è imperniata la mia ricerca estetica: cipresso, nerezza, silenzio.
Nel momento in cui mi è capitato di leggere queste tre parole utilizzate insieme in una frase di senso compiuto è accaduto qualcosa, un corto circuito; come se queste tre parole avessero scatenato tutta la loro energia semantica e la proposizione mi offrisse la chiave per accedere ad un significato per me molto importante.
Da molto tempo fotografo i cipressi, ma anche pini o altre specie di alberi. L’albero, al di là dei suoi significati simbolici, è sempre stato per me un motivo strutturale della realtà; segno, elemento formale, immagine prima ancora che entità a sé, oggetto.
Questa particolare accezione di un elemento della realtà come immagine, manifestazione, fenomeno del visibile, mi poneva la necessità di andare a fondo, cercare qualche motivo che mi desse la possibilità di contemplare anche con l’occhio più distaccato della ragione ciò che stavo vivendo nella totalità delle mie percezioni psicosensoriali.
Mi rendevo perfettamente conto che questa procedura di analisi rischiasse di chiudere i significati a qualcosa che invece si dava come mistero, esperienza vissuta nella sua pienezza, ma la ragione è diabolica e, irriducibile al silenzio, anch’essa cerca la sua verità. Sylvia Plath come poeta, quindi veggente, ha palesato una verità.
Qual è questa verità? E per quale misterioso motivo essa è balzata con prepotenza, in un concentrato di senso, alla mia evidenza?
Ripeto il verso: – E il messaggio del cipresso è nerezza – nerezza e silenzio. –
Esso ci parla del cipresso come significante. Nerezza e silenzio non sono qualità oggettive del cipresso e nemmeno una percezione meramente sensoriale del riguardante, bensì due concetti che la forma-immagine del cipresso esprime: il messaggio, che ci giunge direttamente da una realtà metafisica.
L’orizzonte semantico della proposizione evidenzia un collasso percettivo (visivo e uditivo), nerezza e silenzio hanno un’accezione negativa, quindi complementare, rispetto alla luminosità e al dato percettivo sonoro; immette una pausa nel contesto di un paesaggio possibile: il cipresso. Le possibilità dello sguardo si azzerano nel momento in cui esso si posa sul cipresso. 
Il cipresso assorbe nella sua nerezza tutte le possibilità visive e per suo tramite dal paesaggio visibile si accede al paesaggio invisibile. Da uno spazio fisico si passa in uno spazio metafisico; accade ciò che Lyotard56 definisce “la conversione della vista in visione e dell’apparenza in apparizione”. 
Il cipresso è nerezza, il cipresso è silenzio, la nerezza è silenzio. 
Il sillogismo fa rilevare che il concetto di nerezza può essere assimilato al concetto di silenzio, entrambi suggeriscono l’idea di un campo uniforme, privo di un punctum; c’è il rimando ad un’assenza; si affaccia l’idea del nulla 57, ma anche l’idea della morte. E il cipresso è un messaggio di morte.58
Vincent Van Gogh, in una lettera al fratello Theo scrive: – I cipressi mi preoccupano sempre (…) Sono la nota nera in un paesaggio assolato, ma è una nota nera fra le più interessanti… –.59
Nel paesaggio assolato, espressione al massimo grado della vita, ecco apparire qualcosa che preconizza la morte, l’artista guarda i cipressi con preoccupazione, intuisce la nerezza; il messaggio, ancora Lyotard stigmatizza: – l’arte mette il marchio della morte sul sensibile. Rapisce la sensazione alla notte e vi imprime l’impronta delle tenebre –.60
L’artista subisce la seduzione estetica, cerca appassionatamente una tecnica efficace di “rappresentazione” quasi ad esorcizzare quelle forze oscure che in certi momenti sembrano animare questi alberi (non c’è staticità nei cipressi di Van Gogh, essi esprimono, piuttosto, il senso dinamico di una psiche instabile che si rispecchia in una realtà vorticosa, dove la materia e la forma si manifestano nel loro farsi.
Van Gogh definisce il cipresso la nota nera, ne intuisce il carattere di originalità, di diversificazione rispetto alla monotonia percettiva del paesaggio; intuisce che la nota nera sia una specie di porta nel paesaggio che come in un videogame, permetta di accedere ad un altro paesaggio.
La nerezza, secondo il vocabolario, è la qualità di ciò che è nero. Da un punto di vista estetico concepiamo la nerezza come una manifestazione dell’oggetto, riteniamo che il cipresso non sia nero, tuttavia esso esprime la nerezza assai bene
Come concetto opposto della luminosità, la nerezza la comprende; il nero trattiene la luce, il nero rilascia la sua luce propria, interiore.
È la luce intrinseca dell’oggetto, della materia sopita.
È la luce della memoria; è la luce della morte.
La nerezza è apparenza, illusione, inganno della materia: la nerezza è apparizione.
È il mostrarsi dell’Altrove e dell’Altro.
I paesaggi della mente comprendono e contemplano la nota nera: la pausa nell’orizzonte assolato.
Fotografando i cipressi ho avuto modo di percepire la loro natura misteriosa, il loro spirito inquieto. Nella loro massa scura vedevo originarsi delle presenze terribili61, come da bambino, quando nel dormiveglia percepivo le cose nella mia stanza come viventi e negli intarsi di un vecchio armadio vedevo apparire la testa caprina di un demone. Immaginavo che custodissero lo spirito dei Titani e specialmente d’estate, nelle ore meridiane assolate e ferme, quando il dio Pan visita le cose, nel silenzio immanente avvertivo, al loro cospetto, una sensazione di distacco, come se una parte di me si muovesse verso quella massa scura mentre l’altra rimaneva immobile. Subivo un’attrazione irresistibile, sentivo che in quel momento si stava schiudendo la porta d’accesso a un luogo sconosciuto: l’Isola dei Titani; Atlantide, il continente sommerso della coscienza e della sensibilità.

Da "La Porta nel Paesaggio" di Paolo Dell'Elce