“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

martedì 26 ottobre 2010

Diario argentino (2)

Sara

La dolce Sara, ho davanti a me la fotografia che le ho fatto, il viso tondo come una dolce luna piena, i capelli sottili, avvolta nel suo mistero di adolescente, l’ombra l’accarezza, la luce la bacia. Penso ad un verso di Borges…Hoy, en la linde de los años cansados, te diviso lejana como el álgebra y la luna.

Buenos Aires, la Boca, mi si è stretto il cuore, quel pomeriggio ho visto il mio fantasma aggirarsi tra quelle strade, avevo paura di nascere e avevo paura di morire, qualcosa di familiare mi dava quasi fastidio, quella posa del tempo, preziosa e sudicia, la cappa del cielo pesava sul fiume, tutto era grigio nonostante le case colorate come arlecchini. Non ho fatto neanche una fotografia.

Plaza de Mayo domenica pomeriggio. La morte è qui, non ci sono dubbi.
La casa rosada, rosada soltanto davanti, la bella casetta argentina, non c’è abbastanza sangue per colorarla tutta.
La grande bandiera biancoceleste, l’unica cosa che riesce ad oscurare questo cielo, dietro di lei il Palazzo della Guerra, monolite di cemento. 
Piove, i piccioni della piazza stanno in riga sopra le inferriate con il capo chino, stanno immobili sotto l’acqua, e non volano via.