“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

giovedì 21 ottobre 2010

Il sentimento del paesaggio




motivi di paesaggio (1985-86)








motivi di paesaggio (1980-85)

Non smetteremo di esplorare.
E alla fine di tutto il nostro andare
Ritorneremo al punto di partenza
Per conoscerlo per la prima volta.
                        Thomas Stearns Eliot


    Dopo più di trent’anni dedicati ad una disciplina estetica: la Fotografia, si sente il bisogno di tirare i remi in barca, volgersi indietro, guardare il punto di partenza, e, come dice Eliot, conoscerlo per la prima volta.
   Ho scelto di dedicarmi alla Fotografia nel 1977, cominciando una ricerca estetica per molti versi esclusiva e dolorosa che mi avrebbe allontanato per tanto tempo da quegli aspetti della vita probabilmente più “concreti”.
    La Fotografia, subito, mi ha schiuso un universo percettivo misterioso, affascinante, seducente: il luogo dello sguardo.
   Questo luogo si andava definendo poco a poco, e ben presto capii che si trattava di un luogo interiore, di una dimensione personale, che ricostruivo a partire dai molteplici stimoli esterni che provenivano, soprattutto dalla realtà naturale. Da quel momento cominciai a definire il mio sentimento della realtà, un sentimento fisico e metafisico ad un tempo.
    La pratica dello sguardo, il suo affinamento, mi ha donato corrispondenze misteriose, momenti di identificazione con l’oggetto, mi ha permesso di accedere a stati di coscienza e conoscenza molto profondi, di pormi davanti alle cose con semplicità, spogliato di ogni pregiudizio culturale, pronto a vedere, a capire.
   Ho cominciato il mio lavoro guardando attraverso l’obbiettivo di una reflex, affascinato dalla meravigliosa possibilità di “focheggiare”, di mettere a fuoco l’oggetto, di farlo sorgere dall’indistinto della luce, dalla sua materia informe, metafora visiva del processo intuitivo della conoscenza.
    Tra le prime esperienze ricordo con piacere una serie di fotografie a colori dedicate al cielo, tra il 1977 e il 78, ricomposte in un grande pannello fatto di “pezzetti di cielo” che l’artista Franco Summa, mio docente al Liceo Artistico, scelse per una mostra di rappresentanza e promozione dell’attività della scuola. In quel periodo, ricordo la necessità di puntare l’obbiettivo nella direzione della luce, quasi per saggiarne la sua intensità, la sua natura. L’esperienza del “controluce” mi fece percepire, per la prima volta in maniera pienamente consapevole, la dimensione astratta, metafisica e trascendente della realtà.
    Tra il 1978 il 1979, s’intensifica il processo di compenetrazione tra la ricerca fotografica e la vita, il mio vissuto coincideva quasi totalmente con il mio lavoro di ricerca. In quegli anni elaborai un progetto che in seguito si definì nei “Motivi per un paesaggio interiore”, che ho portato avanti in diverse fasi fino ai “Motivi di paesaggio” del 2004.
    La prima fase, “Immagini latenti (1979/81)” utilizzava ancora il colore, da “Riflessi, archetipi, motivi di solitudine (1980/83)” utilizzo esclusivamente il bianco e nero.
    Sono di questo periodo le teorie sulla “bidimensionalità del pensare e del vedere” e sulla “materia del linguaggio della fotografia”, che ho espresso nel saggio “l’Occhio primordiale”.
Il “vedere” come confronto tra realtà e memoria, la percezione del tempo, la peculiarità dello spazio, la forma come presenza, sono i temi che caratterizzeranno la mia ricerca espressiva.
    Tra il 1980 e il 1984, con “Motivi per un paesaggio interiore” cominciai a definire linguisticamente la mia ricerca nel territorio del “bianco”, il “bianco” fotografico come analogon del vuoto. Cominciavo a lavorare sui “motivi di paesaggio”, frammenti di natura, particolari di alberi, fili d’erba, foglie, che si ricreavano sulla carta dal bianco/vuoto dello sfondo strutturando lo spazio, originando la presenza dall’assenza.
   Successivamente, dal 1984 al 1987, cominciai ad indagare il “nero” fotografico, attraverso un linguaggio a toni bassi e a basso contrasto, cercavo di evocare il mistero e la sensualità dell’“ora di Pan”, il sentimento panico, la phisis, la dimensione fisica del paesaggio naturale.
     Gli anni seguenti, fino ai primi anni Novanta, ho lavorato sul “grigio” altro motivo linguistico della Fotografia. Di questo periodo sono i lavori di A noir (prima serie), Objets, Nebbie, Atlantide, dove il paesaggio viene trasfigurato attraverso sottili impasti tono su tono, dove i grigi si sovrappongono come velature. Contemporaneamente lavoravo alla serie Selve, dove un’affettuosa pineta litoranea, veniva trasfigurata in una sorta di foresta primordiale attraverso l’uso della sfocatura controllata e del controluce.


    Il tema dei “motivi di paesaggio” è stato ripreso nei primi anni del 2000 con un lavoro dedicato ad un particolare territorio geografico, dove ho cercato di evocare le “essenze” vegetali di quel dato luogo, le atmosfere e la luce, secondo un approccio geofilosofico.