“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

mercoledì 20 ottobre 2010

Immagini latenti





Immagini latenti (anni 70)


LA FOTOGRAFIA E IL PAESAGGIO

…fuga soave di alberi e d’abissi.
Salvatore Quasimodo

Molto tempo fa ho scelto la Fotografia come linguaggio e tecnica di espressione artistica.
Per mezzo di questa ritengo di aver sondato molti di quegli aspetti della realtà che si manifestano visibilmente.
L’affinamento dello sguardo che comporta la pratica della Fotografia mi ha portato a ritrovare nel paesaggio naturale, di volta in volta, quei concetti che caratterizzavano le percezioni dello Spazio e del Tempo, ad esempio il vuoto, il pieno, il silenzio. Nel paesaggio ritrovavo queste qualità che a mia volta dovevo trasporre nella fotografia che prendevo. Dalle primissime prove capii subito che ciò che ritenevo fosse un particolare interessante del paesaggio, ciò che mi colpiva, non necessariamente sarebbe risultato altrettanto interessante nell’immagine fotografica ottenuta. Tutto quello che ai miei occhi si manifestava come qualcosa di particolarmente bello, nella fotografia non restituiva quella bellezza; c’era qualcosa che mancava, qualcosa di peculiare del soggetto che non veniva catturato dall’obbiettivo. Al contrario gli oggetti più semplici e dimessi acquistavano una dignità, all’epoca, per me insospettata, ma che, proprio grazie alla Fotografia, riuscii a comprendere e ad apprezzare come una particolare verità dell’oggetto.
Con la Fotografia, come ho detto, ho avuto modo di “registrare” quegli aspetti della realtà che sono fenomeni del visibile, ma che schiudono un mondo invisibile, o per lo meno non oggettivamente riconoscibile.
Questo passaggio da una realtà visibile ad una realtà celata, sanciva comunque una relazione, attraverso l’atto del vedere, tra me e le cose fuori di me che identificavo a poco a poco come “motivi di paesaggio”; presenze, elementi significanti, parti strutturanti una complessità. Incominciavo a capire come ogni aspetto della realtà venisse indagato e assimilato in una percezione complessa ma immediata: complessa perché non era limitata ad una sensazione esclusivamente ottica, ma era come se l’oggetto, entrando quale immagine attraverso l’occhio, ricostituisse la sua consistenza corporea una volta collocato nella mia coscienza, ingombrando la mia fisicità in modo da sentire il contatto, in una sorta di percezione tattile globale dall’interno. L’oggetto riproduceva la sua fisicità entro gli orizzonti del mio corpo sensibile; il luogo, materiale e immateriale a un tempo, del sentire. Merleau-Ponty rileva: – Si può dire che noi percepiamo le cose stesse, che noi siamo il mondo che si pensa, – o che il mondo è nel cuore della nostra carne. In ogni caso, riconosciuto un rapporto corpo-mondo, c’è ramificazione del mio corpo e ramificazione del mondo e corrispondenza del suo interno e del mio esterno, del mio interno e del suo esterno –. E continua: – Il corpo ci unisce direttamente alle cose in virtù della sua propria ontogenesi, saldando l’uno con l’altro i due abbozzi di cui è fatto, le sue due labbra: la massa sensibile che esso è e la massa del sensibile in cui nasce per segregazione, e alla quale, come vedente, rimane aperto –.
All’inizio della mia ricerca, affidavo la stampa delle mie fotografie ad un laboratorio che mi restituiva delle immagini piatte, tutte uguali; decisi allora di provare a stampare da me. Incominciai a stampare senza avere alcuna nozione basilare se non che la luce bianca facesse diventare la carta nera. Quando vidi affiorare per la prima volta l’immagine nell’acqua capii che quello fosse il momento più importante per un fotografo. In quel momento alchemico mi si offriva la possibilità di ritrovare quella bellezza del soggetto che era rimasta latente sul negativo. L’immagine affiorava dall’acqua, acquistava rilievo, si addensava, si anneriva, per poi scomparire del tutto, riassorbita dal nero della materia. Si manifestava e scompariva nel Tempo, balenava per un attimo alla mia percezione come la bellezza che avevo ravvisato nel soggetto al momento della ripresa fotografica. Dovevo soltanto trattenerla sulla carta; conferirle un luogo e una forma diversi, manipolare quella materia dove qualcosa di cui conservavo un ricordo, un’immagine mentale si andava modificando in un’altra immagine; nuova, originale, profondamente diversa dall’immagine da cui ero partito con la ripresa fotografica. Nel paesaggio si era aperta quella porta, quel varco, che mi permetteva di accedere a qualcosa di misterioso e che prendeva coscienza di sé nel momento in cui affiorava sulla carta immersa nell’acqua: come fotografia.

Da La Porta nel Paesaggio di Paolo Dell'Elce