“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

venerdì 22 ottobre 2010

Ipovisioni





Con il termine Ipovisione si definisce nella patologia medica un’alterazione dell’apparato visivo umano che ha come risultato un’acutezza visiva molto ridotta. Uno stato dell’occhio che prelude spesso alla cecità, quindi un momento di passaggio da una condizione funzionale ad una in cui l’occhio non è più in grado di assolvere alcuna funzione visiva.
Il termine indica disturbi della vista molto diversi tra loro, che vanno dalla visione sfocata alla restrizione del campo visivo, fino alla comparsa di macchie scure. Ciò che la visione restituisce in queste condizioni è qualcosa di “anomalo”, qualcosa di riduttivo rispetto ad una percezione convenzionalmente riconosciuta ottimale. Possiamo assimilarla ad una visione relativa, con un particolare indice di soggettività; una visione personale, con le sue particolari modalità estetiche.
Un occhio “ipovedente” interpreta il campo visivo operando una sintesi, quasi una “compressione”, mutuando un termine usato nel linguaggio digitale, delle informazioni luminose. Assimiliamo allora l’ipovisione ad una condizione di “bassa risoluzione” dell’immagine, cioè un’immagine costituita da pochi elementi. Un’immagine “povera” di materia, parziale: che suggerisce, più che definire la forma.
Ipovisioni sono quei frammenti visivi che si organizzano ai margini della percezione, visioni marginali, rapide, non codificate, che costituiscono un’analogon del reale, di quella parte della realtà che non è “centro”, ma che lo diventa nel momento in cui si riconduce ad un’immagine attraverso un processo immaginifico discreto. La mobilità dell’occhio ci permette di fissare questi frammenti/momenti in una regione della memoria, di custodirli, per poi riorganizzarli esteticamente nel ricordo, attività della mente in cui questi “frammenti” sono investiti di qualità particolari inerenti uno stato più profondo della sensibilità, in cui il percetto si fissa osmoticamente alle strutture più intime dell’entità percipiente (l’occhio e per estensione il vedente). Questo fluire della realtà esterna all’interno di una dimensione psichica, questo percepire per ricostruire, evocare un mondo, avviene come sappiamo nel processo estetico di ogni individuo, ma si ipostatizza nell’attività dell’artista. Nell’espressione estetica questo flusso magmatico si rapprende in forma, il tempo si congela in attimo, diventa opera.
La fotografia ci ha dato la possibilità di verificare questi processi estetici ed espressivi, offrendo materiali di riflessione unici: la possibilità di guardare attraverso un sistema di “filtri”, l’oculare e l’obiettivo, che diventano estensioni dell’occhio e dello sguardo. Attraverso l’oculare, l’occhio si fa partecipe della mente e sceglie cosa vedere, media una volontà; attraverso l’obiettivo, esso tocca la realtà, colma la distanza tra interno ed esterno, soggetto e oggetto, ricostituisce un’unità.
Nel momento in cui questo processo accade si ha un’immagine, e questa si definisce direttamente su un supporto: il negativo fotografico o il CCD.
La qualità, in termini di risposta materica e di risoluzione, in cui l’immagine viene a formarsi su questi supporti è ininfluente per un interesse estetico nel senso che non necessariamente ad un’elevata risoluzione dell’immagine corrisponde un’elevata qualità estetica anzi, la bassa risoluzione, l’immagine “compressa”, spesso acquista una dimensione estetica superiore proprio per la capacità di suggerire, evocare quei processi della memoria e della sensibilità che hanno di per sé una natura indefinita, sfumata.
L’“ipovisione” si trasferisce allora dall’occhio al supporto/immagine con quell’indeterminatezza che ripropone nella materia i meccanismi percettivi della coscienza visiva e dei flussi psichici caratterizzandosi da un punto di vista estetico come opera, latrice di contenuti e qualità spirituali.