“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

domenica 24 ottobre 2010

La scabrosità del visibile

tronco (1987)



Il filosofo Merleau-Ponty affermava che la pittura non celebra altro enigma che quello della visibilità.
Da un punto di vista fenomenologico, l’enigma della pittura si approssima nel suo farsi Superficie: un disporsi della materia sopra; un materializzarsi che si attua tra il pittore e il supporto su cui egli opera. Dipingere è innanzi tutto originare una Superficie. La Superficie originata dalla pittura è il luogo estetico, avamposto della materia, epitelio, pelle. Nel farsi Superficie la materia pittorica attesta la sua visibilità, si offre alla compassione dello sguardo dell’uomo nella scabrosità, ruvidezza originaria, disomogeneità, di uno stato nascente; la dolorosa increspatura di ciò che è vivente, perché l’enigma della visibilità rimanda alla sublime appercezione del vivo, alla sua ineffabile dolcezza.
“Dello sguardo viene steso sulla tela, per far abbassare il nostro”, Lacan ci ricorda questa insostenibilità del visibile che è a sua volta vedente. La Superficie, il luogo estetico dell’Opera, mostra la sua scabrosa verità, insostenibile, inaccettabile, come il Nulla, come la Morte.
L’arte, come sappiamo, pone in opera un’assenza più che una presenza. Rimanda ad un grado zero dell’ontologia, essa ci mostra il pre-visibile, il mistero insondabile di una preesistenza: il fiat lux, la luce pura, prima che fossero creati il sole e le stelle. L’opera d’arte, in questo senso, si dà come corpo glorioso, immateriale e materiale ad un tempo, ma è anche il corpo sconosciuto, in cui abita un’anima conosciuta: un riflesso di sé nell’altro.