“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

martedì 19 ottobre 2010

Lo sguardo lieve

vestizione della sposa (anni 90)



Lo sguardo lieve

La Fotografia, a differenza della Pittura (che ha una componente gestuale, e può attingere direttamente all’immaginario, alla fantasia, come al ricordo), è una tecnica artistica che non può prescindere l’oggetto, il dato esterno rispetto ad un soggetto, il fotografo che opera. Anche quando si scattano fotografie senza un riferimento a qualcosa di palesemente esterno, la semplice azione della luce sulla pellicola, come nel nostro occhio, è già un riportare ciò che è fuori e per questo motivo esiste.  Per molto tempo la sua peculiarità è stata questo forte riferimento al vero oggettivo, probabilmente, più per convenzione che per un’effettiva aderenza a questo concetto. Da sempre si è avuta la necessità di stabilire una corrispondenza tra un oggetto e la sua immagine riprodotta, la Fotografia ha assolto questo compito meglio di qualsiasi altra tecnica di rappresentazione, meglio della Pittura, forse anche perché il mezzo fotografico, la “macchina”, apparentemente, garantiva un’“impersonalità”, quindi l’oggettività, ma anche perché l’immagine ottenuta era una diretta conseguenza dell’azione della luce, una sua impronta spontanea, un’aderenza dell’oggetto alla propria immagine, come un’ombra.
Oggi questa verosimiglianza è stata giustamente rimessa in discussione, e la Fotografia ha potuto recuperare il suo statuto artistico e, in quanto tecnica espressiva, linguaggio, affrancarsi dalla sudditanza verso la Pittura; come qualsiasi tecnica artistica, anch’essa allora può generare una nuova realtà estetica: la realtà dell’“opera”.
La Fotografia ha il privilegio di concepire l’immagine a partire da elementi lievi, la luce, la grana della pellicola, l’acqua nella quale affiora l’immagine. Essa media le istanze visive del pensiero, e si fa sguardo, riflessione del reale. Lo sguardo è proprio questa riflessione della realtà. La realtà che si mostra, si fa visibile e vivibile.
Lo sguardo è un modo di partecipare alla vita.
Lo sguardo dell’uomo spazia, dimensiona, respira, tocca, accarezza, materializza la realtà, rapprende il visibile, lo fluidifica e infine lo trascende, producendo l’invisibile. 
La Fotografia è il medium ideale tra il visibile e l’invisibile, quel territorio sospeso dove riposa la bellezza.
Lo sguardo lieve è il battito di ciglia che fissa, sottraendola al dominio del Tempo, La bellezza mutevole, precaria. 
Lo sguardo lieve denota la differenza, lo scarto temporale, tra soggetto e oggetto, tra chi vede e chi è visto, uno scambio di fluidi vitali che cristallizza l’esistente in un’idea, in una forma
Lo sguardo lieve produce l’immagine fotografica: la fotografia.
Una fotografia esteticamente interessante, spesso, nasce da un incontro, è il risultato di una percezione particolare, uno svelamento. Il fotografo si accorge, sente, di aver colto quel “non so che” che costituisce un enigma del visibile. Nel senso più appropriato del termine egli “coglie l’attimo”, la sua essenzialità manifesta, nella complementarità di luce e ombra. Lo sguardo accede alla dimensione del Tempo/Luce, dove un modulo temporale, l’istante, corrisponde ad un fenomeno della materia: la luce. 
La materia luminosa, genera l’immagine immateriale della fotografia: il fantasma.
Questa natura fantomatica avvicina la Fotografia al sogno. E nel sogno, come in una fotografia, il Tempo è sospeso, nel sogno, come in una fotografia, l’azione è immagine, il movimento forma: la vita trascende esteticamente se stessa – e chi partecipa del mistero di una fotografia subisce questa trascendenza – come colui che sogna. Si sogna ad occhi chiusi, rievocando immagini latenti, tracce mnestiche, dando libero sfogo alle suggestioni, alle visioni che il mondo imprime nella cera molle della nostra psiche, su quella pellicola che è l’anima. La vita vissuta, nei sogni come nelle fotografie, ritorna in forma di luce. La luce custodisce l’immagine primordiale della vita e la perpetua.
Trattando la Pittura, abbiamo rilevato la sua valenza espressiva correlata al gesto. Lo sguardo, in questo senso, è mediato dalla mano dell’uomo, Heidegger sosteneva che la mano dispone dell’essenza dell’uomo, la mano trasfonde nella materia della Pittura i significati umani elaborati dallo sguardo: il gesto è un moto che produce l’opera, un principio generatore di realtà. E la Pittura/Gesto affida la nuova realtà dell’opera alla contemplazione dello sguardo; attraverso lo sguardo questa nuova realtà, che non è ancora vita, incomincia a farsi visibile e vivibile, a penetrare nei tessuti della materia sensibile, la carne, come nuova linfa, rigenerante. 
Se lo sguardo è un toccare con gli occhi, il gesto è un guardare con il corpo, guardare e lasciarsi guardare, offrirsi allo sguardo. La Pittura/Gesto accentua questo principio del darsi, come la Fotografia/Sguardo rileva il principio opposto del trattenere, del tenere per sé, custodire. La Fotografia, è l’atto di riportare dentro, laddove la Pittura è sostanzialmente un cacciar fuori, dare corpo e materia ad un’idea.
Lo sguardo ha una valenza preconizzante, prefigura, completa lo spontaneo mostrarsi dell’oggetto, lo va definendo secondo quella forma-immagine che ha intuito nella pre-visione. Questa componente dinamica, lo assimila al gesto, in particolare al gesto dello scoprire, togliere, il velo che ricopre l’oggetto. Lo svelamento ci pone di fronte all’apparire dell’oggetto, le cose del mondo si mostrano in un luccichio fulmineo e indistinto in un orizzonte spazio-temporale, dove spazio e tempo, come suggerisce María Zambrano sono forme della sensibilità, della nostra vita sensibile. Con l’esperienza della nostra vita, diamo senso alle cose, al loro mostrarsi, al loro esserci. La superficie delle cose è l’epitelio, la pelle semipermeabile che permette uno scambio, un passaggio di flussi, di particelle aurali.
La cosa si dà nella sua immagine e l’immagine è una porta; che schiude significati, simboli, verità.
La bellezza è oltre questa porta e lo sguardo può coglierne la levità, l’impermanenza. 
La pienezza della Luce e il suo rifluire nella Tenebra.

(dal saggio "Lieve" di Paolo Dell'Elce, pubblicato nel catalogo "I colori del territorio")