“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

sabato 6 novembre 2010

L'ultima spiaggia






































































Un’ora di settembre

Camminavo ascoltando musica da una cuffia. Ero giunto al mare. Gli ombrelloni perdevano colore. Due vecchietti passeggiavano approfittando della poca calura. E l’estate che se ne andava mi dava l’impressione di un viaggio misterioso senza ritorno.
I camerieri stanchi, le edicole stracolme di locandine e le commesse di un forno, rilassate dopo l’assalto di Agosto.
Meglio prendere un caffè. Un breve dialogo con un amico di sempre che mi ricorda immancabilmente la serenità dei tempi poveri. Lo sforzo di un grassone che ogni tanto mette la tuta e vergognandosi mi confessa la debolezza per i dolci. Molte donne innaffiavano i balconi. La tristezza dei neri che aumentava perdendo la compicità del mare. La fantasia regalò a loro ville inaccessibili dove i bianchi dovevano andare con affanno a chiedere aiuto.
Così pensavo. Vedevo una nave muoversi con volti.
Una malinconia mi fece percorrere della strada con assenza.
E mentre mi avvicinavo a casa pensavo alla gente vissuta prima di me.
Aprii il portone, il mio corpo mi infastidiva e guardai l’ora. Ero uscito alle nove ed erano le dieci. Qualcuno sopra le scale mi aspetta da tempo ma ancora non riesce a riconoscermi.






Adriano Lapi, da "Gli altri racconti", Edizioni Tracce, 1989