“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

venerdì 10 dicembre 2010

Un ricordo di luce





La luce di Montenero

La casa di Flora era proprio un labirinto, aveva decine di stanzoni e stanzini e si alzava, credo, su tre piani. Non l’ho mai visitata tutta, ricordo bene la grande cucina al pianoterra e il camino e, all’ultimo piano, una stanza da letto con le reti e i materassi ripiegati dove dormivamo quando andavamo a Montenero. Una parte della casa, la parte più alta era ancora in costruzione e le scale non avevano le protezioni laterali e quando mi arrampicavo su, mi sembrava di avvitarmi in una spirale che arrivava fino al cielo. Ero ancora molto piccolo e non capivo il pericolo, sentivo la voce della mamma che mi chiamava allarmata, e poi le braccia di qualcuno che mi sollevavano nell’aria, dando uno sfogo gioioso a quella salita faticosa. 
Una mattina mi svegliai nella stanza coi materassi e non trovai la mamma accanto a me. La stanza aveva le pareti bianche e vuote ed era inondata dalla luce che proveniva dalle scale. Un richiamo profondo, irresistibile. Ho cominciato a camminare lentamente verso la porta, verso la luce. Sul pianerottolo non percepivo più lo spazio, ma soltanto la luce. Cominciai a scendere quelle scale pericolose avvolto nel biancore luminoso che ormai proveniva da tutte le parti, sostenuto dalla luce mi sembrava di galleggiare nel vuoto. 
La luce, splendente, assoluta mi accoglieva nel suo abbraccio protettivo e mi depositava, leggero, davanti agli occhi esterrefatti della mamma e di Flora che prendevano il caffè nella grande cucina al piano terra.