“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

venerdì 4 marzo 2011

David Copperfield






La vita acquista un sapore particolare quando c’è un incontro, a metà strada in un luogo sospeso tra ciò che non sappiamo ancora di essere e qualcosa: una persona, un evento, ma anche un oggetto che ci rivela, a volte, a noi stessi. Può capitare di incontrare un libro; in un momento in cui non cerchiamo risposte alle solite domande sull’esistenza, in un momento in cui l’esistenza è appena incominciata: a sei anni.
Può capitare di apprezzarne l’odore, quel profumo particolare della carta, quell’aria che fuoriesce dal volume quando si scorrono velocemente le pagine per gioco. Ci si accorge allora che la semplice carezza che si fa a una pagina mentre si sfoglia il libro ci procura un brivido di piacere e che quei piccoli segni che non a caso si chiamano caratteri hanno un’intima eleganza, una vita propria indipendentemente dal significato della parola che definiscono.
Mi raccontava la poetessa Rita Ciprelli: – Avevo tre anni e già sapevo leggere, passavo i miei pomeriggi con un bicchiere di latte e cioccolato e un libro, Le favole di Lucignolo; come bevevo il latte, allo stesso modo mi allattavo con il libro, e ricordo che leggere era proprio come mangiare per me; per tutta la mia infanzia ho associato il momento della lettura con il cibo, che riuscivo a mangiare soltanto mentre leggevo e tutti i miei libri erano macchiati di cioccolato e sugo –.
Ricordo il libro di lettura di prima elementare, il profumo, l’emozione del pomeriggio in cui andammo a comperarlo in cartoleria; si chiamava Paese e aveva in copertina il disegno leggero di un paesino sullo sfondo e un albero in primo piano. Lo vedo ancora.
Di lì a poco l’incontro.
Per Natale la zia mi regalò David Copperfield, nella versione per ragazzi; capii subito che quel libro parlava di me, ero io il protagonista, nato in una ventosa giornata di marzo, senza padre, ma predestinato a qualcosa. L’attesa e l’assenza si rivelavano in quelle pagine e davano forza e anima al destino, ma anche la giustizia e la bellezza, l’amore e la morte: il desiderio di diventare grande per realizzare questi ideali che si erano scatenati, la necessità, ma non la rassegnazione, di subire gli adulti che sapevano solo dirti: “Beato te che non capisci niente!”.
Quel libro mi apriva alla vita, in qualche modo mi preconizzava una vita che sentivo possibile per me, prima che l’avessi vissuta, comunque una vita diversa da quella che gli adulti mi andavano confezionando.
In quel libro avevo incontrato uno stato dell’anima che ancora non conoscevo e di cui incominciavo a sentire il sapore e l’odore mentre accostavo le parole, dapprima sillabando, poi sempre più spigliatamente, fino a quando la parola e l’intero periodo rimandavano ad un’immagine che aveva un colore particolare, una nuance sottilmente amara e dolce a un tempo. Avevo conosciuto il sapore della malinconia. Nella mia esistenza di bambino felice la lettura aveva rilevato una dissonanza fondamentale.
Ritrovo quella sensazione ogni volta che avverto un passaggio, uno scarto brusco nel tempo, quel momento di sospensione tra i due abissi speculari di un prima e un dopo, il prima del desiderio e il dopo del disinganno, il rapido passaggio da uno stato d’animo di dinamica attesa di un prima alla stasi contemplata del dopo.
Ricordo con affetto la copertina e le illustrazioni di quel libro, ricordo il sapore di un tempo e di un luogo a me sconosciuti, dai nomi difficili, per me impronunciabili: Peggotty, Hurya Heep, l’immagine incoerente, ma proprio per questo misteriosa e affascinante, della sposa bambina, semplice metafora di una felicità effimera, caduca.
David Copperfield è stato un carissimo compagno della mia prima età, il mio primo alter ego; a lui confessavo l’inconfessabile, con lui condividevo il piacere pericoloso dell’introspezione, della solitudine.
Ho amato la sua capacità di essere comunque felice, poiché lo ero anch’io: penso che sia questo il dono più grande che un libro possa fare a un bambino.