“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

domenica 6 marzo 2011

Il colore dei giorni

Cielo, ottobre 2010





Osservando le riproduzioni delle opere di Giovan Battista Tiepolo, ho sempre riflettuto su come quel delicato modo di raffigurare e interpretare il cielo e la sua luce evocasse in me l’aria di un particolare Tempo. In quelle vaghe nuvole rosa cipria immaginavo fosse custodito quel particolare spirito del Settecento, il suo colore, la sua luce.
La Pittura di Tiepolo è, a mio avviso, l’espressione di un intimo colloquio dell’autore con il cielo.Vedendo le riproduzioni sui libri, quando ero bambino, di tutte le audaci rappresentazioni allegoriche che sono oggetto della sua pittura trattenevo ben poco…Quello che rimaneva nei miei occhi e nel mio cuore era il cielo. Un cielo tinto di vaghezza, alto, chiaro, chiarissimo e allo stesso tempo oscuro, misterioso. Un cielo che scendeva sulla terra e si insinuava nella vita, tra le figure, gli oggetti, le case. Permeava la realtà di materia, perché non pensavo che fosse fatto di aria, come tutti i cieli, ma di colore, come i cieli che tratteniamo nel ricordo, perché quando pensiamo o ricordiamo il cielo, lo pensiamo di un colore particolare.
I bambini disegnano il cielo e lo collocano in alto sul foglio, perché il cielo sta in alto. È lontano. Io dipingevo il cielo con i colori ad olio dello zio, e lo facevo scendere sulla terra, tra le persone, gli animali e le case. I miei cieli accarezzavano le montagne, le chiome degli alberi, lambivano i mari, erano impastati nel colore odoroso, intenso e puro. Reale e vicino da sporcarsi le mani e i vestiti.
Ho sempre cercato quel cielo, e spesso mi sono chiesto quale potesse essere per i posteri il colore del cielo dei miei giorni, del mio tempo.
Il Tempo ha una vocazione materica, si fa materia nella materia e lascia un’impronta colorata, una sfumatura che ha lo stesso colore dell’anima. L’anima e il Tempo si danno alla percezione sensibile in questa sfumatura di colore.
Certi giorni li ricordiamo più di altri, perché qualcosa di speciale, un accadimento, un incontro, li ha sottratti all’oblio. Questi giorni hanno una loro precisa posizione nel tempo, nel nostro tempo. La percezione sensibile, di queste giornate memorabili, registra a volte un profumo, un sapore, un colore. I nostri sensi trattengono un corrispettivo materico di quella particolare giornata, la sua sostanza; diversa per ogni individuo.
Ricordo il rosso di un completino di quando avevo quattro anni, e la calda felicità rosata di quel giorno in cui l’ho indossato. Quel giorno per me aveva assunto una tonalità rosa caldo. Altri giorni li ricordo avvolti nel grigio, chiusi in un’aura fredda di lenta alienazione e mesta solitudine, diverso dal colore più affettuoso della malinconia. Ricordo giornate di limpido azzurro dove il cielo immanente dilagava negli occhi e nell’anima, la perdita di ogni riferimento terrestre, la violenta assertività del colore e il silenzio, anch’esso di un azzurro profondo.
Al colore dei giorni lontani, si affiancano i giorni recenti e il loro colore. L’azzurro ora è più acceso nella sua saturazione, arricchito da altri azzurri più lontani, come pennellate successive che si sono sovrapposte per velatura. Il colore della memoria ha rafforzato il colore del presente e viceversa. Il cielo azzurro che oggi vedo è lo stesso che ammiravo estasiato da bambino, la memoria genera l’eterno presente, il lungo giorno della vita.