“C’è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell’Elce, c’è un bisogno espressivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l’ultimo segno, dopo l’ultima luce, l’ultimo albero grigio.

Il soggetto innocente sente lo sguardo su di sé, si presta alla messa in scena, entra nel tessuto del linguaggio, diventa costruzione visiva, luogo dell’evocazione, suono ed eco di una tensione interiore vivificata, che appartiene alla ragione stessa della sua vita, per dare durata all’indicibile, all’evento poetico che investe la sua coscienza portando la tensione verso la totalità.”

Mario Giacomelli

mercoledì 9 marzo 2011

Peterburgskie Metropoliten

 Metropolitana di San Pietroburgo
(Immagini scaricate da Internet)


Peterburgskie Metropoliten

“Qualunque sia il luogo, qualunque sia la condizione, c’è sempre un altro luogo, c’è sempre un’altra condizione che sono perduti per sempre.”
Roberto Calasso

Si va giù, per cento metri dentro la terra.Una lunga discesa che dura minuti lunghissimi. La scala mobile è veloce, come il nastro trasportatore di una catena di produzione. Ad ogni scalino corrisponde una persona. Un uomo. Il colpo d’occhio è terribile, non si può rimanere indifferenti, né ci si può abituare dopo le prime volte. In fondo alla scala lunghissima la stazione della metropolitana. Un’immensa sala da ballo, marmi pregiati, mosaici, eleganti statue. Luce e sfarzo sotto terra. 
Sotto la città, sotto il letto della Neva, un altro fiume dilaga incessantemente, un fiume che diventa un mare nelle ore di punta.
Sulle scale mobili, chi scende incrocia chi sale. Ma non c’è contatto tra i due flussi. Gli occhi si fissano su qualcosa di molto lontano, ci si abbandona al nastro che scorre implacabile e non si guarda più. Si sfila. Scendere o salire non fa alcuna differenza. Quando si è sopra quel nastro si attende il proprio destino, sopra o sotto terra è lo stesso. Due sono le direzioni. Si và. Si torna. Senza alternative. Tutto è previsto, tutto è uguale a se stesso. Ogni giorno, ogni attimo. 
Una voce calda e pastosa avverte di fare attenzione alle porte che si chiudono e poi il treno si avvia. Immediatamente le palpebre si fanno pesanti, e si chiudono. È difficile restare svegli. A cento metri sottoterra non c’è ragione di stare svegli. Qui ci si allena a tenere gli occhi chiusi per sempre.
Ma io cerco di tenerli aperti. E guardo. È una sfida. Qui sotto è vietato guardare, com’è vietato fotografare. Qui sotto lo sguardo si concentra sulla persona che hai di fronte. Sui volti e sulle mani. Volti aperti e mani chiuse, e viceversa. Ogni persona è un dettaglio. Se non dormi sei costretto a vedere. E vedere per forza fa male. Gli occhi si fissano sulle scarpe infangate e sugli ombrelli gocciolanti degli operai che tornano a casa dai cantieri, su gambe lunghe e tornite fasciate da indecenti stivaloni di pelle lucida, troppo lucida. Troppa pelle. Mani, piedi, occhi, bocche, gambe, capelli, ogni persona è scomposta nelle sue parti, ogni parte salta agli occhi con formidabile evidenza. Qui sotto ogni dettaglio è importante. Hai tutto il tempo per fissarlo nella tua mente e per dimenticarlo. Bocche troppo grandi, occhi troppo sporgenti, capelli troppo sottili.Volti grotteschi, volti eleganti, volti seducenti. Gli occhi vagano tra la bellezza e la mostruosità dei dettagli, e si soffermano sulla tenera umanità delle ragazze innamorate o delle babushke appisolate.
Se ogni cosa che l’uomo pensa e costruisce finisce per essere una sua rappresentazione, cosa cerca di rappresentare questo luogo? C’è qualcosa di troppo allegorico in esso. Mentre guardi tutta quell’umanità che sprofonda immobile sul nastro trasportatore hai una brutta rappresentazione della vita e dell’uomo. Non si può fare a meno di pensare ad una discesa negli inferi, ma è una strana discesa. Senza emozione, senza paura. Nessuno ha paura di stare qui sotto. Qui sotto dove si è più vulnerabili che in qualsiasi altro luogo sulla terra, sembrano tutti felici, appagati, rilassati. Assolutamente perfetti.